inizia una fine, finisce un inizio

25 05 2011

Oggi,
un giorno caldo e denso di pensieri morbidi, quasi liquidi. Si dissolvono e ricompongono, plasmando forme continuamente nuove.
Oggi sono un’ entità plurima, miradi di esseri vagano in me, perdendosi.
Oggi non sono.
Come le acque di un fiume percorro frammenti di me stessa che credevo dimenticati, obliati, remoti. Rapidamente scorrono le immagini accompagnate dalle note di una canzone atavica.
Mi inberio del profumi dissonanti, ubriacandomi di ossimori. E no, non ho timore degli aspetti dualistici che infondo mi compongono. Scacciando il monolito, monotono, monoteismo… rifuggendo l’unicità scelgo l’istanza eterogenea dove forse risiede il vero essere; l’essere magmatico che è in noi.

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Ciao mondo!!

20 01 2011

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il limbo (tra utopia e realtà)

11 02 2010
Oggi è uno di quei giorni in cui la solitudine mi invade.
Per solitudine non intendo il mio solito e violento desiderio di alienazione, ma un improvviso e incomprensibile stato di emarginazione involontaria.
Tento di gettare ancore su terre troppo dure, che il tempo ha ormai essiccato. E’ un suolo impenetrabile che mi sta di fronte, eppure non riesco a smettere di camminarci sopra evitando di cadere.
Allontanarsi è stato tentativo vano, utopia desiderosa di utopie.
E se "l’utopia è salvezza", è altrettanto vero che essa non basta.
Non ci si può di certo confinare in eterno nell’idea di un altrove ipotetico che non può divenire reale.
La realtà: grave problematica per coloro che non sanno viverla.
L’alterità: unica salvezza che risiede nel "non luogo".
Eppure mi dico e ripeto ogni giorno (cercando di far prevalere il logos su quel maledetto pathos che da sempre mi perseguita), che è del tutto insensato voler abbandonare il luogo per un "non luogo".
Spesso tendo a confondere le due istanze, e mi perdo, e soffro, e mi sento incompresa, vagabonda di una vita che non riesco a vivere, e il mio unico desiderio è la fuga, il movimento… la stasi mi diventa insopportabile.
La stasi è come lo specchio che riflette tutta l’inutilità di ciò che sono. ( e ora in questa parentetica non riesco a fare a meno di dipingere le acque statiche di un lago che mi osserva, ed io come Narciso osservo ciò sono e desidero smuovere quelle acque affinchè smettano di mostrarmi tale immagine).
Ecco quì spiegato l’aformisma della mia esistenza: "ovunque io mi trovi vorrei sempre essere altrove"; oppure: "finchè ho una valigia in mano posso essere felice".
E di nuovo un verso di una canzone punk filosovietica risuona nella mia testa: "la morte è insopportabile per chi non riesce a vivere".
Quanta verità risiede in questo apparente paradosso!
Vorrei smettere di confondere il mio mondo immaginato con quello in cui mi tocca vivere, eppure non posso vivere nel mondo in cui mi tocca vivere senza quel mondo immaginario in cui non mi è concesso stare.
Vorrei essere semplificata come un equazione (e questo forse spiega molte cose).
Eppure la semplicità è qualcosa che non mi appartiene, qualcosa che quasi mi ripugna alle volte.
Forse la verità è che non vorrei affatto essere semplificata, la verità è che ciò che io ricerco e non riesco mai a raggiungere è qualcosa di ancora più complesso, qualcosa che mi compichi, e che si complichi con me.
E in mezzo a questo marasma di intricate complicazioni esistenziali, in questa fredda sera di Febbraio, mi rassegno e mi ritiro nel limbo che ho creato a metà strada tra il luogo e l’utopia. Solo se riesco a restare lì, in quel punto esiguo, tentando di non valicare mai il limes che separa i due mondi, forse potrò trovare un equilibrio.
E in questo limbo mi toccherà restare, perchè l’utopia è salvezza sì, ma solo nella consapevolezza che essa deve restare tale.
Se si tenta di realizzarla, essa non sarà più utopia, essa crollerà frantumandosi (e frantumandomi) in miraidi di pezzi scomposti che si confonderanno inevitabilmente con l’entropia di questa realtà contemporanea.





Dualismo

2 02 2010
DUALISMO

Questo pezzo di me
che adesso scrive
dice "t’amo" e soffre.
Chiude gli occhi e vede te,
apre gli occhi e grida!
Questa metà di me
(un me che non ha meta)
si distende sulle rive di un ricordo
e si nutre del tuo sguard,
ode battere due cuori nel silenzio della notte;
again.

Questo pezzo di me
che scrive ora
respira l’aria del mattino
e sorride al cielo utopico.
Chiude gli occhi e vede
strade ignote ancora da percorrere,
volti diversi e luoghi inesplorati.
Questa meà di me
(un me che ha troppe mete)
Si alza in piedi e corre via
lontano, dimentica di tutto.
Ode parole nuove di lingue che non sà;
again.





frammenti

2 02 2010
FRAMMENTI

Frammenti di me
su strade deserte
raccoglierli è utopia.
Frammenti di noi
si confondono e cadono
dal cielo di un passato
estinto.
Frammenti di certezze,
di immagini scomposte
di occhi e lacrime innocenti
eppur colpevoli.
Frammenti di parole si ripetono
arabesco di emozioni contrastanti.
Frammenti del mio io
diviso
come scheggie di cristallo
mi feriscono e non sanguino.
Una crepa si è aperta dentro me
e mi ha spaccato il cuore.

Valeria Eufemia




l’io diviso

28 01 2010
Miaridi di contrasti si affolano in un chiaroscuro di peniseri astratti…
La scelta è obbligata, ma in ogni caso essa comporterà una perdita.
Il vento della libertà mi fischia nelle orecchie, mi parla di luoghi inesplorati, esperienze che non torneranno.
Mi parla di strade e luoghi sconosciuti, di sconfitte e cedimenti nuovi, di inaspettate sorprese, di attimi estatici seppur effimeri… tanto effimeri quanto estatici, tanto estatici quanto effimeri.
Una frase di un film da autogestione scolaresca mi risuona nella testa, mi martella dentro "mai tornare indietro neanche per prendere la rincorsa!.
Un verso di una canzone punk filosovietica mi risuona dentro "io sto bene,io sto male, io non so dove stare"…
Improvvisamente in un attimo che non ho compreso, mi sono ritrovata quì… in questo non luogo, come un essere non più ontologicamente valido (per lo meno non più valido per quei sistemi mass-mediatici che fanno di ogni essere un inesistente spettro virtuale).
Sono quì e finalmente riscopro l’utopia di cui parlava Adorno, finalmente mi inebrio della possibilità ,’ipotesi di un’anelata quanto astratta alterità.
Ciò che mancava alla mia vecchia strada erano alberi stracolmi di frutti maturi, era il nutrimento di cui una mente sepre affamata ( e ahimè sempre incompresa) necessita.
Voglio percorrere ogni strada, anche se la meta probabilmente non esisite o non giungerà mai.
Voglio incontrare profughi, masnadieri di cuori infranti nella notte di un passato che non torna, voglio parlare con loro di Max Horkheimer, di Propp, De Saussure, Mallarmé, Schopenhauer…
Voglio nutrire queste membra cerebrali ormai avvilite, riempirle di parole significative.
Questa è la realtà effettuale del mio caso…
Non posso più idealizzare immagini, non posso più coltivare convinzioni errate, non posso più fingere l’amore con me stessa.
Devo vivere di essenze… anche se esse sono rare.
Inutile credere a chi si vuol convincere che lanticonforismo risiede in uno stereotipo.
Non mi interessano le immagini, le forme, le apparenze… non necessito di lacrime, parole dolci, sorrisi vacui.
Il mio bisogno è ben più vasto, compleso, enigmatico… come me.
Cosa mancava allora a quella strada che sembrava non finire mai?
La forza, la prorompente forza di un pensiero che poi si fa parola!
Eppure non è facile voltare l’angolo come se nulla fosse… Perchè alle volte tutto diventa entropico, avvolto da non so quale magma confuso che non si arresta mai.
Alle volte scegliere il punto interrogativo è molto arduo… chiunque si sarebbe accontentato di quello esclamativo.
Ma un giorno Martin Heidegger disse: "l’essenza dell’uomo ha la forma di una domanda"!





NATALE O SOLSTIZIO?

24 12 2008

Le radici pagane del Natale
di Elena Savino
  jubal editore


Del sole

Per inspiegabile che sembri, la data di nascita di Cristo non è nota. I
vangeli non ne indicano né il giorno né l’anno […] fu assegnata la data
del solstizio d’inverno perché in quel giorno in cui il sole comincia
il suo ritorno nei cieli boreali, i pagani che adoravano Mitra celebravano il Dies Natalis Solis Invicti (giorno della nascita del Sole invincibile).
– Nuova enciclopedia cattolica dell’Ordine Francescano (1941) –

Nel corso della ricerca di informazioni e documenti riguardanti le
origini pagane del Natale, quello che stupisce è che la data del 25
dicembre, prima di diventare celebre come “compleanno di Gesù”, sia
stata giorno di festa per i popoli di culture e religioni molto distanti tra loro, nel tempo e nello spazio.
Le origini di questi antichi culti vanno ricercate in ciò che è
“principio” della vita sulla terra e che “dal principio” è stato
oggetto di culto e di venerazione: il sole.
Agli albori dell’umanità, esisteva un ricco
calendario di feste annuali e stagionali e di riti di propiziazione e rinnovamento.
I popoli nel periodo primitivo della loro esistenza erano intimamente
legati al “ciclo della natura” poiché da questo dipendeva la loro
stessa sopravvivenza. Al tempo, la vita naturale appariva
indecifrabile, incombente, potente espressione di forze da
accattivarsi; era un mondo magico. L’uomo antico si sentiva parte di
quella natura, ma in posizione di debolezza. Per questo, attraverso il
rito, cercava di “fare amicizia” con questa o quella forza insita in essa.
Al centro di questo ciclo c’era l’astro che scandiva il ritmo della
giornata, la “stella del mattino” che determinava i ritmi della
fruttificazione e che condizionava tutta la vita dell’uomo. Per
quest’ultimo, temere che il sole non sorgesse più, vederlo perdere
forza d’inverno riducendo sempre più il suo corso nel cielo, era
un’esperienza tragica che minacciava la sua stessa vita. Perciò, doveva
essere esorcizzata con riti che avessero lo scopo di evitare che il
sole non si innalzasse più o di aiutarlo nel momento di minor forza.
È proprio partendo da questa considerazione che possiamo individuare le
origini dei rituali e delle feste collegate al solstizio d’inverno.
Durante queste feste venivano accesi dei fuochi (usanza che si ritrova
nella tradizione natalizia di bruciare il ceppo nel camino la notte
della vigilia) che, con il loro calore e la loro luce, avevano la
funzione di ridare forza al sole indebolito.
Spesso questi rituali avevano a che fare con la fertilità ed erano
quindi legati alla riproduzione. Da qui l’usanza, nelle antiche
celebrazioni, di danze e cerimoniali propiziatori dell’abbondanza e in
alcuni casi, come negli antichi riti
celtici e germanici, ma anche romani e greci, di accoppiamento durante le feste.

Del solstizio d’inverno

Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa
letteralmente “sole fermo” (da sol, “sole”, e sistere, “stare fermo”).
Se ci troviamo nell’emisfero nord della terra, nei giorni che vanno dal
22 al 24 dicembre possiamo infatti osservare come il sole sembra
fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si
avvicina all’equatore. In termini astronomici, in quel periodo il sole
inverte il proprio moto nel senso della “declinazione”, cioè raggiunge
il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Il buio della notte
raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si
verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno.
Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad
aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate,
in giugno, quando avremo il giorno più lungo dell’anno e la notte più
corta. Il giorno del solstizio cade generalmente il 21, ma per
l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto
giorno successivo. Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge
nella sua fase più debole quanto a luce e calore, pare precipitare
nell’oscurità, ma poi ritorna vitale e “invincibile” sulle stesse
tenebre. E proprio il 25 dicembre sembra rinascere, ha cioè un nuovo
“Natale”.
Questa interpretazione “astronomica” può spiegare perché il 25 dicembre
sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra
loro. Tutto parte da una osservazione attenta del comportamento dei
pianeti e del sole, e gli antichi, pare strano, conoscevano bene gli
strumenti che permettevano loro di osservare e descrivere movimenti e
comportamenti degli astri.
Per fare un esempio, a Maeshowe (Orkneys, Scozia) si erge un tumulo
datato (con il metodo del carbone radioattivo) 2750 a.C. All’interno
del tumulo c’è una struttura di pietra con un lungo ingresso a forma di
tunnel. Questa costruzione è allineata in modo che la luce del sole
possa scorrere attraverso il passaggio e splendere all’interno del
megalite, illuminando in questo modo il retro della struttura. Questo
accade al sorgere del sole e al solstizio d’inverno.


http://www.riflessioni.it/testi/radici_natale.htm

Le radici pagane del Natale
di Elena Savino – Jubal editore